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Tutte le volte che mi trovo o mi sono trovato nella condizione di dover discutere d’arte ho avvertito dentro di me come un vuoto incolmabile, una voragine, dove spesso mi sono perduto, vivendo in contraddizione con me stesso e con i miei interlocutori. Per me è difficile dovermi collocare in un tempo o in uno spazio, penso spesso a ciò che i grandi Maestri hanno lasciato,quelle indelebili etichette che non riusciamo a scrollarci di dosso e che io stesso provo ad affibbiarmi per deformazione professionale. Chi, come il sottoscritto, ha deciso di scegliere fra tutte le arti quella oggi forse più comune, ovvero la pittura, va ponendosi molte domande non solo su cosa sia giusto fare, ma anche sul perché ciò dovrebbe essere fatto. La pittura è un veicolo che io utilizzo per esternare tutto ciò che penso della vita e dell’arte stessa, del rapporto dell’individuo con la verità, (spesso non legata alla realtà delle cose), con il proprio pensiero, con il suo inserimento nella vita di tutti i giorni. In gioventù è stata la poesia a darmi quegli input di evasione che cercavo, ma le parole, benché nella mia testa prendessero forma, non bastavano; dentro di me ero in cerca di un rapporto che non solo coinvolgesse il mio spirito ma che mettesse in moto il mio intero corpo in modo cruento, forte e dinamico. Volevo mostrare non solo quanto l’uomo in realtà fosse fragile, ma anche di come egli combatta ogni giorno contro se stesso e contro gli eventi che vivendo inevitabilmente vanno affrontati. Le mie origini sono state una base da cui partire, (naturalmente non per mia scelta, ma così che è stato!);  il modo in cui la mia Napoli mi ha educato a vedere e a respirare è esattamente l’intreccio tra la tecnica e il pensiero da cui faccio crescere e maturare ogni lavoro, e nonostante i miei numerosi spostamenti, la traccia che mi porto dentro è permanente e mi proietta il più delle volte all’essenza e alla sintesi delle cose, non in maniera fredda però, ma calda, come un fuoco che arde dentro. Vivere e crescere in una città come la mia, almeno per me, non è stato affatto facile; a Napoli si celano meraviglie senza tempo ma anche drammi che non l’abbandonano mai. Per me, figlio di una famiglia borghese, è stato difficile non essere attratto dalle mille sfumature di questa città, ricevendo un’educazione normale e comune a molte ed essere costretto a sopravvivere, inevitabilmente, per strada (come penso spesso “gettato in strada”); ero attore e, specialmente, spettatore di una realtà diversa da quella che mi avevano insegnato, ho dovuto abituarmi a guardare non solo chi avevo davanti a me ma ad osservare anche a metri di distanza, “guardare oltre”, pesare con attenzione le parole, la mimica del volto, essere “rapido” nell’agire e nel riflettere anche a rischio di fare scelte che sapevo essere sbagliate. Ed è così che ho trascorso la mia adolescenza, che ad oggi penso sia stata sicuramente il periodo più complicato della mia vita. Ora le mie consapevolezze sono maggiori, ad oggi ho scelto l’arte come mezzo educativo non solo per raccontare me stesso senza mezzi termini (poiché probabilmente di persona non sarebbe uguale), ma forse perché, dopo tutta una serie di eventi, sono arrivato a “lei” per una necessità;oltre al grande desiderio di conoscere la storia e gli eventi che hanno portato i Maestri ad intervenire in un certo modo, prendendo scelte e decisioni che hanno catapultato le arti visive su una percezione del tutto diversa che però oggi sembra scontata. Il mio rapporto con la pittura è controverso, le ricerche che affronto variano dallo stile alla tecnica; vi sono elementi che preferisco in alcuni casi ed altri che prediligo in situazioni emotive diverse; momenti in cui rifletto e mi soffermo sulla figura “singola” intesa come autoritratto/ritratto aureo dell’individuo ed altri invece dove porto fuori l’elemento viscerale da dove, a mio avviso, nasce l’opera. Quest’ultimo è un elemento molto più presente rispetto al primo e comunque ambedue si offrono alla nascita, si spera, di forme uniche e inesplorate, che si allontanano completamente dai dettagli realistici e dalle diverse effusioni creative che si possono collegare quasi per gioco alla pittura. Personalmente mi impegno a non prendere dalla realtà e neanche dalla creatività; ciò che intendo fare è dare forma ad ambientazioni e personaggi inesistenti, come un flusso di energia benigna e maligna che sovrasta la materia, una verità che si nasconde ambigua dietro le maschere della società. Il malessere è il male, il male è malessere, il malessere è fragilità, la fragilità è il bene; tutto ciò si nutre della carne dell’uomo e lo divora dall’interno, (uomo che, come una spugna,  assorbe ogni cosa e rigetta il tutto per poi ritornare al suo iniziale utilizzo). Con questo non voglio dire che il male prevalga sul bene, ma credo nell’uno come nell’altro, quindi provo a prendermi gioco di entrambi, toccando elementi che io stesso nella realtà celo dietro comportamenti e o atteggiamenti, come è giusto che sia. Nell’arte posso essere me stesso, anzi, devo essere me stesso, senza dovermi preoccupare del giudizio o il pregiudizio altrui, posso essere ironico, offensivo, fragile, duro, forte … perché è ciò che sono, perché non sono sempre ciò che sembro. Quindi l’arte per me diventa un viaggio e un mezzo per parlare con chi vuole osservare, parlare a chi mi vuole ascoltare, distante dai soliti discorsi, dalle solite chiacchiere. Se dovessi chiedere a me stesso cos’è per me la pittura… non saprei che dire! Come si fa a dire perché si ama e si sceglie una cosa? Probabilmente sarà l’istinto, o una vocazione, o ambedue le cose; forse il desiderio di raccontarmi e mettermi a nudo è così forte che non vuole avere regole, non vuole sentire ragioni; per mia fortuna o mi si ama o mi si odia,e questo è di gran lunga la cosa che preferisco.

Diego Nocella