Critica

- DIEGO NOCELLA E LA LINEA DELL’ESISTENZA, di Robertomaria Siena, (critico, storico dell'arte e professore emerito dell'Accademia di Belle Arti di Roma) 

“ Ho uno gnocco in gola perpetuo
per questa mia povera vita … la
necessità di dar vita a miti senza
piedi e senza testa” (Fausto Pirandello)


Diego Nocella condivide con gli anacronisti l’idea che l’arte debba essere «CORPO» e non concetto; «CORPO» però non significa forma compiuta. Questa viene respinta perché, appunto, compiuta; Nocella, infatti, guarda all’Espressionismo, all’Informale, a Bacon e a tutti coloro che hanno sfaldato il visibile.
Come si giustifica una tale scelta? ancora, perché il nostro non approda nell’astrazione?
Non approda ai lidi dell’astrazione perché è interessato all’essere umano, al suo destino, alla sua condizione di «gettatezza», per dirla con Heidegger.
Il dramma, di cui Nocella parla sempre, non è però disgiunto da un vitalismo esplosivo e non aggirabile; da qui l’amore per una materia vibrante mai stabilizzata, attraversata da colori (per dirla con Giorgio Manganelli) “febbricosi e isterici”.
Leggiamo almeno un’opera fra quelle proposte dal pittore, leggiamo "de homine".
Il dramma impedisce al nostro di soffermarsi sulla seduzione dei corpi; il suo nudo maschile è volutamente sgraziato ed approssimativo.
Il braccio destro sfonda in un cielo di sangue, mentre il sinistro precipita all’interno della testa; la nudità espone fragilità e deformazione.
Anche la citazione Michelangiolesca è evidente, solo che nel grande del Cinquecento l’artista non accoglie la sensualità, bensì unicamente il plesso dei gangli che gemono invocando risposte e domande terribili e definitive.
Lo ripetiamo, per Diego Nocella l’arte è sostanzialmente problema; problema del vivere, del “MALE DI VIVERE”, problema della condizione umana che può essere colta solo dalle lucide parole di Schopenhauer e di Leopardi.
Scrive Salvatore Natoli che il nulla può essere esperito unicamente in forza di una presenza che lo manifesta.
La poesia è questo: canta il nulla; ora dunque il canto vince l’orrore per il semplice fatto che lo esprime.
Così in Giacomo Leopardi e così, aggiungiamo noi, anche per Diego Nocella; torniamo all’inizio; il pittore rifiuta il mentalismo di tanta parte delle Neoavanguardie perché una tale posizione non prende in considerazione l’esistenza nella sua dolente flagranza.
In questo modo la pittura, con tutta la sua esuberanza, vince l’orrore e trascina - conclude il nostro – il fruitore all’interno di un cerchio magato che fornisce un senso alla vita la quale, di per se, senso non ha.

 

- Virginia Zeqireya, curatrice della mostra "Dirty Face", 2015, mostra personale presso la Tevere Art Gallery, Roma

La biografia di Diego Nocella fa ben comprendere la professionalità e l’approfondito studio che si cela dietro la sua carriera. Ma all’interno della sua arte c’è molto di più di semplice studio e applicazione accademica, c’è l’autore stesso. I corpi, i ritratti e gli autoritratti di Diego sono prima di tutto una personalissima interpretazione del mondo e di se stesso. Ogni aspetto della sua vita si legge tra i suoi colori, parlare con l’artista è stato come scoprire quanto di lui fosse presente nella sua arte e quanto l’arte servisse a lui per riappropriarsi e pacificarsi con una realtà percepita come malata ed imperfetta.
Questo drammatico approccio al reale si materializza in corpi sfigurati, in forme sgraziate e colori “sporchi” come sottolinea lo stesso autore, senza mai scivolare nel puro concetto o nell’astrattismo.
Andare ad incontrare Diego nell’angolo di casa sua dedicato alla creazione, mi ha paradossalmente trasmesso vibrazioni positive, dico paradossalmente perché nonostante quella “dolente flagranza” dell’esistenza presa in considerazione dalla sua arte, lo spirito dell’autore mi è sembrato vibrare di ironia, forse una pessimistica ironia, ma che di certo si legge bene nei suoi dipinti, nei suoi colori ricchi e nelle composizioni bizzarre, non a caso molte delle sue opere hanno titoli accattivanti ed ironici che mi danno ragione.