critica

-28-10-2016, Prof. Robertomaria Siena
                  DIEGO NOCELLA E LA CONFUTAZIONE DI NEW YORK, mostra personale presso la galleria Acquario, via Giulia, Roma

                                       “Io voglio mostrare Parigi 
                                        nella carcassa di un bue

                                                                  C. Soutine


Spesso siamo attratti da ciò che costituisce il nostro antipodo; è quanto è capitato a Diego Nocella nell’estate del corrente anno 2016. Negli Stati Uniti l’artista napoletano ha lavorato ad una serie di bellissime Nature Morte con le quali si è confrontato con Giorgio Morandi. Il maestro di via Fondazza e il giovane pittore si collocano ai poli opposti; Morandi, a parere di chi scrive, è rimasto un metafisico anche nel “periodo delle bottiglie”. Tutti gli oggetti che raccoglie nella sua pittura sono inutilizzabili; vale per le bottiglie come per le brocche, le fruttiere, i vasi polverosi e così via. Nocella, pur amando questo grandissimo, decide di gettare la natura morta nell’incendio della sua passione neoespressionista. Ecco dunque le accensioni coloristiche e la materia che non sta ferma; di fatto il nostro compie su Morandi la stessa operazione che gli artisti di Cobra hanno esercitato nei confronti di Mondrian. Riempire il grandioso silenzio con l’ardore dell’ “umano troppo umano”. Nelle Nature Morte il giovane artista si allontana dal visceralismo radicale delle opere che hanno preceduto i mesi in America. Abbiamo già scritto che “l’artista respinge qualsiasi grazia e, del mondo stesso, rivela meraviglie e tormenti, ferite e urla. Siamo così chiamati a partecipare allo splendore tragico della carne universale”. A questo punto sorge spontanea una domanda; perché dialogare con Morandi nel corso di un viaggio negli Stati Uniti? La risposta forse non è difficile. 
I nemici giurati di Diego Nocella sono la Pop Art e le Neoavanguardie più gelidamente concettuali. Anche se è un pittore della “figurazione defigurata”, il cuore del nostro batte per l’Espressionismo Astratto, quell’Espressionismo che è stato “superato” dall’antiarte disumana della Pop Art. Ecco dunque che viene resuscitato Giorgio Morandi; Nocella dimostra che, anche se si può prendere una strada assai diversa dal “maestro delle bottiglie”, si può comunque rimanere all’interno della pittura. La polemica così passa dalla Pop Art alle Neoavanguardie; la visceralità e il cromatismo intenso servono al nostro, in ultima istanza, proprio per proclamare il corpo della pittura, la sua capacità di resistenza, il suo essere-qui a dispetto delle diverse dichiarazioni di morte. Ancora più a fondo; il pulsare della pittura è lo stesso vibrare della vita la quale , per Diego Nocella, è e rimane definitivamente fenomeno fisico, terrestre, orizzonte antiplatonico e antitrascendente.

 

 


-24.04.2015, Virginia Zeqireya
                      "Dirty Face", mostra personale presso la Tevere Art Gallery, Roma

La biografia di Diego Nocella fa ben comprendere la professionalità e l’approfondito studio che si cela dietro la sua carriera. Ma all’interno della sua arte c’è molto di più di semplice studio e applicazione accademica, c’è l’autore stesso. I corpi, i ritratti e gli autoritratti di Diego sono prima di tutto una personalissima interpretazione del mondo e di se stesso. Ogni aspetto della sua vita si legge tra i suoi colori, parlare con l’artista è stato come scoprire quanto di lui fosse presente nella sua arte e quanto l’arte servisse a lui per riappropriarsi e pacificarsi con una realtà percepita come malata ed imperfetta.
Questo drammatico approccio al reale si materializza in corpi sfigurati, in forme sgraziate e colori “sporchi” come sottolinea lo stesso autore, senza mai scivolare nel puro concetto o nell’astrattismo.
Andare ad incontrare Diego nell’angolo di casa sua dedicato alla creazione, mi ha paradossalmente trasmesso vibrazioni positive, dico paradossalmente perché nonostante quella “dolente flagranza” dell’esistenza presa in considerazione dalla sua arte, lo spirito dell’autore mi è sembrato vibrare di ironia, forse una pessimistica ironia, ma che di certo si legge bene nei suoi dipinti, nei suoi colori ricchi e nelle composizioni bizzarre, non a caso molte delle sue opere hanno titoli accattivanti ed ironici che mi danno ragione.

 

 


-02-2014,  prof. Robertomaria Siena
                  Diego Nocella e "IL SEGNO DELLA CARNE", mostra personale presso Atelier Montez.

 

               “Le Immagini … percorrono il sistema
… lo turbano e lo affannano;
lo feriscono e lo scuotono”

G. Manganelli

 

Diego Nocella è d’accordo con quanto dice Fernando Pessoa nella citazione in epigrafe che apre questa breve riflessione critica. L’essere è ontologicamente infondato e quindi è assurdo; le cose però, sostiene il giovane pittore, conoscono un loro significato. Il senso è dato dall’arte che giustifica così sia l’uomo che l’intero universo. Ciò non toglie che il mondo sia quello che è, deformato, imperfetto, malato; da qui la de figurazione radicale che colpisce i corpi e l’intera materia. Non perdiamo tempo e leggiamo almeno una delle opere esposte nell’Atelier Montez.
                             La tenda rossa; Nocella è convinto, come tanti prima di lui, che siamo chiamati a recitare una parte nel mondo. Questa parte inibisce il Bello Ideale e l’Iperuranio; da qui il personaggio la cui carne si presenta come offesa ed incompiuta. Un grande sipario violentemente rosso gli sta addosso; cosa fa il protagonista dell’opera? Sostiene o subisce il grande telo? La risposta rimane incerta perché Nocella è un “pittore dell’Immaginario”, e quindi lascia che il proprio delirio possa mettere in moto la macchina ermeneutica alla quale siamo tutti felicemente legati. Nonostante ciò, Nocella persegue la bellezza e si schiera decisamente contro l’anestesia coltivata dalle Neoavanguardie più menta liste.
L’universo è dunque bello e tragico; è tragico perché è bello ed è bello perché è tragico.
La bellezza, lo ripetiamo, è convulsa; il sipario, infatti, coltiva in se un evidente barocchismo. Nonostante lo scatenamento dell’immaginario, il nostro ci parla del mondo; a volte questo può apparire lusinghiero e accattivante; l’artista respinge qualsiasi grazia e, del mondo stesso, rivela meraviglie e tormenti, ferite e urla. Siamo così chiamati a partecipare allo splendore tragico della carne universale, splendore messo in luce dal gesto veggente e disperato del pittore che non dimentica mai di essere tale. Il punto è proprio questo: il mondo non è bello in se; è bello perché è avvolto dalla tela magata della pittura la quale rende meraviglioso anche quello che non lo è. In conclusione, per l’artista, al di fuori della pittura nessuna salvezza; la pittura cioè sostituisce la realtà nel momento esatto in cui questa, agnosticamente, rivela la ferita che la colpisce in modo indelebile. E’ questo il marchingegno messo in campo da Diego Nocella per volerci salvi, nonostante tutto e a dispetto di quella terra che Mario Sironi definiva una “melma disseccata”.